01/05/2016   Un primo maggio più povero.






Caro Roberto,

 

è da tanto che non ci si sente, forse troppo tempo, e quindi mi permetto oggi di scriverti queste quattro parole.

 

Viviamo in un momento in cui la marcia italiana è in subbuglio, o almeno qualcuno ce lo vuol far credere.

Non voglio trattare argomenti forcaioli o giustizialisti né tantomeno di buonismo o lealisti.

Voglio solamente ricordare, a te che ne eri il “deus ex machina”, la povertà che da tre anni a questa parte la marcia di casa nostra sta vivendo.

Una povertà simbolica, non fatta di risultati che possono esserci e non esserci, una povertà dovuta alla perdita di un simbolo che incarnava l’identità stessa di quella che era stata la storia della marcia nel Bel Paese.

 

Si Roberto, mi riferisco alla tua storica “Sesto San Giovanni”.

 

Dal 1957, quando tutto iniziò, la storia d’amore tra Sesto San Giovanni e la marcia continuò e mai sembrò dovesse aver fine.

 

Dopo il primo anno con la vittoria nella 30 km fianco a fianco di Pino Dordoni su Abdon Pamich (entrambi allora gareggiavano per la Diana Piacenza) con il tempo di 2:01.29, molti campioni sfilarono sulle strade di Sesto.

Inutile elencarne i nomi più importanti.

Mi soffermo solamente su colui che ha ancora ad oggi il record delle vittorie e per di più consecutive, sette tra il 1961 el il 1967: Abdon Pamich.

Tutti, proprio tutti hanno gareggiato a Sesto.

 

Purtroppo gli eventi della vita fecero sì che dopo la scomparsa di Luigi Galbiati, che per trentacinque anni era stato il presidente del Comitato Organizzatore della gara dal quale tu hai preso il testimone, le nuvole si addensassero sulla gara fiore all’occhiello della marcia in Italia.

 

Eravamo lì, quanto il 30 aprile 2013 dichiarasti in conferenza stampa, in un’aula quasi vuota dei marciatori nostrani, che sarebbe stata l’ultima volta.

Non ti credevamo.

Sbagliavamo.

 

Oggi tre anni dopo, caro Roberto, abbiamo perso un simbolo.

Io almeno mi sento più povero, e credo che molti la pensino come me: purtroppo noi non coincidiamo con i nostri errori.

 

Ti sono vicino

 

Un anonimo amico

 

 

 

 

 

 

Raffaello Ducceschi e Luigi Galbiati nel 1984

In quell'anno Ducceschi vince su José Marin la 30 km in 2:10:07 e la gara terminava nel nuovo stadio di Via Manin, appena inaugurato.