06/08/2016   Abdon Pamich - Memorie di un marciatore






Per diventare campioni serve innanzitutto avere una grande passione per quello che si fa, quindi non avvertire alcun sacrificio.

Occorrono doti fisiche, allenamento, molta motivazione, saper soffrire, accettare le difficoltà, affrontare serenamente le sconfitte e soprattutto non iniziare l’attività con grandi aspettative, ma solo con la volontà di migliorare se stessi e se questi miglioramenti portano a grandi risultati meglio.

Un’altra cosa: non esaltarsi mai dopo una vittoria, chi si esalta troppo quando vince è più facile che si deprima quando perde”.

 

 

Comincia con queste parole il libro di Abdon Pamich, Memorie di un marciatore, a cura del giornalista Roberto Covaz e finito di stampare nel mese di luglio dalle “Edizioni Biblioteca dell’immagine” di Pordenone (sito web dell'editore: clicca qui), apparso oggi come supplemento al quotidiano della città di Trieste.

 

Il libro, con una bella presentazione di uno dei più noti telecronisti Italiani, Bruno Pizzul, racconta che “gli eroi della marcia godevano in quegli anni di vasta popolarità, alimentata dalle grandi vittorie anche olimpiche, e dalla sana rivalità tra il divo Pino Dordoni e il suo più giovane antagonista Abdon Pamich”.

 

Ma ripercorre tutta la storia di Abdon Pamich, da quell’alba del giorno di settembre del 1947, quando lui ed il fratello Giovanni (poco più di 26 anni in due) comunicarono alla mamma la loro volontà di lasciare e scappare dalla natia Fiume (oggi la croata Rijeka) dove le truppe di di Tito avevano spento la luce della libertà.

Nel mezzo tutta la sua storia sportiva, culminata con il capolavoro di Tokyo.

 

Termina con queste frasi che ricordano con il cuore colmo di nostalgia il ritorno di Abdon e del fratello Giovanni nel 2014 (67 anni dopo la loro fuga) a Fiume per rivedere la loro casa.

 

Giunti in Via Manzoni, entrati nell’adrone della casa, abbiamo trovato il portone chiuso. Stavamo perdendo ogni speranza, quando abbiamo notato entrare una signora. Approfittando dell’apertura del portone anche noi siamo entrati dietro a lei. Grande è stata la sorpresa quando abbiamo visto spalancarsi l’usci della nostra casa.

Abbiamo spiegato alla donna che noi eravamo nati lì e lei, senza esitazione, ci ha fatto entrare. Lei e il marito ci hanno offerto da bere per festeggiare il nostro inaspettato ritorno.

In quello momento ho capito che noi gente di frontiera abbiamo due anime e per questo, molte volte, ci sentiamo persi nel mondo in cui viviamo. In quel momento le mie due anime si sono riunite e mi sono sentito finalmente a casa.

Sì, la ferita era ancora aperta! Nonostante tutto la vita continua

 

Centottatanove pagine, da leggere tutte d’un fiato, lontane dagli attuali clamori mediatici.